I cimiteri attraversano una duplice crisi, che si riflette sul nostro bisogno di ricordare chi non c’è più

Dall’intervento di Marina Sozzi all’evento “Oltre il Giardino” di Fondazione Memories

Oggi i cimiteri stanno attraversando una duplice crisi. Da un lato quella estetica che li vede sempre più lontani dalla bellezza che li ha contraddistinti durante l’Ottocento, e dall’altro quella funzionale, perché inadatti ai tempi moderni in cui viviamo e alle esigenze della cittadinanza. Una crisi che si riflette anche sul rapporto tra morte e memoria, e dunque sul bisogno di ricordare chi non c’è più.

 

Ad affrontare la questione durante l’evento “Oltre il Giardino”, organizzato da Fondazione Memories lo scorso 17 novembre, è Marina Sozzi. Filosofa atipica, esperta di non profit e presidente di Infine Onlus (Torino), Marina Sozzi è anche una studiosa e scrittrice con all’attivo due pubblicazioni, Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia (Laterza 2009) e Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita, e due blog, di cui uno ospitato da Il Fatto Quotidiano.

 

Di fronte a una platea interessata a un tema tabù che raramente viene toccato pubblicamente, la Sozzi si domanda quale sia il nostro rapporto oggi con i cimiteri e quali cambiamenti dovremmo intraprendere per tornare a vivere il luogo del ricordo come si faceva in passato. «I loculi hanno eliminato ogni tipo di bellezza dal cimitero […] – spiega il presidente di Infine Onlus – Pensiamo alla Prima Guerra Mondiale […] non c’era famiglia che non avesse direttamente o indirettamente un marito, un fidanzato o un figlio morti in guerra. In altre parole, si era nel cuore di un lutto collettivo».

 

Il morale di intere nazioni era sotterrato dalle generazioni che perdevano la vita al fronte, e i cui corpi spesso non rientravano in patria. Un momento di «cesura storica», come lo definisce la Sozzi, per cui gli investimenti sulla memoria che contraddistinguevano la cultura ottocentesca del cimitero, con tutta una serie di espressioni cinerarie che celebravano i valori della classe borghese, hanno sempre più perso ogni significato, fino ai giorni nostri.

 

Ad amplificare la necessità di emarginare il pensiero della morte è lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: «L’eccessiva sofferenza patita e l’orrore vissuto spingono gli uomini a voler pensare solo alla vita. – spiega Marina Sozzi – E questo è proprio un aspetto che caratterizza il Novecento: dimenticare che non esiste vita senza morte né morte senza vita. Nel Novecento, in Occidente, si è sviluppata una cultura che tiene distinta la morte dalla vita e quindi i morti dai vivi».

 

Se nel Medioevo il cimitero era un luogo in cui vivere quotidianamente, giocare, perfino abitare, il XX secolo ha rigorosamente separato, anche materialmente con alti muri e la scelta della pietra, i vivi dai morti. «I cimiteri vengono riempiti di palazzoni di loculi sostanzialmente anonimi, nei quali si manifesta una seconda crisi del cimitero, non più dal punto di vista estetico ma da quello funzionale» – continua la Sozzi.

 

Non è difficile immaginare a quali aspetti questa crisi funzionale si riferisca: mancanza di privacy che spinge le persone a dedicare pochi istanti, spesso imbarazzati, al ricordo dei cari, difficoltà di individuare la tomba, scomodità nel raggiungerla, orari non flessibili, mancanza di servizi basilari. «Talmente frustrante è l’esperienza del cimitero, che molti non vogliono più conservare la memoria del defunto all’interno del cimitero […]. Si tratta di un aspetto che caratterizza soprattutto le giovani generazioni, mentre il cimitero rimane il luogo prediletto dalle generazioni più anziane, anche se lo patiscono in quanto luogo inadeguato per le loro esigenze di memoria. Questa è la realtà con cui attualmente conviviamo, soprattutto in Italia; altrove è possibile trovare boschi, prati, luoghi accoglienti dal punto di vista della relazione con chi non c’è più».

 

In questo scenario odierno, dobbiamo domandarci quale spazio dare alla memoria e a quale memoria: individuale, sociale o storica? «Io credo che la memoria vada coltivata socialmente, – conclude Marina Sozzi – vale a dire che ci deve essere un luogo della memoria di chi non c’è più, che sia accessibile a molti, se non addirittura a tutti. Il progetto “Il Giardino dei Sentieri” della Fondazione Memories è di estremo interesse, in quanto un tentativo di fare una proposta di memoria diversa, un tentativo di coltivazione della memoria non necessariamente iscritta nella pietra».